Intervista: Soviet Ladies

Soviet LadiesCosa vuol dire “Local Hero”? Si intende, in ambito musicale, un gruppo locale che dopo tanti anni di attività riesce a raggiungere una certa fama/prestigio diventando un icona della zona in cui vive. Ecco non riuscirei a trovare altra descrizione per il trio Cittadellese composto da: Gastone “Belsen” Penzo alla voce, Matteo Marenduzzo alla 6 corde e Luca Andretta al basso meglio conosciuti come Soviet Ladies. Il 20 Novembre è uscito il loro primo album in studio dopo 9 anni dalla nascita della band e ho contattato Matteo, chitarrista e boss indiscusso dei “Dischi Soviet Studio” etichetta per cui esce il disco, per parlare del nuovo lavoro.

EUBPDV: Ciao Matteo benvenuto in questo “brutto posto” questa domanda era da parecchio che volevo fartela: Come mai erano stati “ibernati” i Soviet Ladies nel lontano 2006? E perchè avete aspettato fino ad ora per farli risorgere?

 

MM: Caro Fabio, intanto è un piacere poter rispondere ad alcun domande per la tua webzine, che sosteniamo e seguiamo spesso.
I Soviet Ladies sono stati “ibernati” per diversi anni senza una vera e propria motivazione: siamo partiti con grande spirito proponendo uno stile musicale più vicino al post punk rispetto a quanto ora si possa sentire sul nostro disco d’esordio, e nel giro di un anno abbiamo prodotto una decina di brani, portandoli anche dal vivo nei locali del Veneto e non solo.
Forse non tutti i componenti erano “stilisticamente affini” al progetto, quindi abbiamo avuto vari avvicendamenti di line up. L’amicizia, che non è mai mancata nonostante le vicissitudini musicali, ci ha portato a frequentarci spesso anche successivamente alla scissione, e, dopo qualche anno, davanti ad una vellutata di cipolle preparata da Luca (il bassista), abbiamo deciso di riprendere in mano alcuni pezzi vecchi e di affrontare la scrittura di brani inediti, con una consapevolezza musicale probabilmente anche più matura, non tanto, o non solamente, dal punto di vista artistico, ma piuttosto in merito ad obiettivi da raggiungere.
La nascita della Dischi Soviet Studio poi, etichetta in cui tutti operiamo con ruoli diversi, ci ha dato la spinta poiché l’uscita di un nostro disco diventava una concreta possibilità.

EUBPDV: Molti della scena Indie Patavina (compreso il sottoscritto) sono in grande attesa per il vostro primo full-lenght cosa potete dirci in merito?

MM: Addirittura molti? Beh, è quello che ci auguriamo!
Il nostro disco, pur coerente come sonorità durante le 10 tracce, si compone di brani danzerecci italo disco (come qualcuno ha simpaticamente scritto), ma attraversati da una new wave crepuscolare e quadrata, che talvolta si dilata in aperture tra lo shoegaze e il pop più etereo e onirico (a la Mazzy Star per intenderci, anche se Gastone ha un’attitudine vocale che arriva dal punk, elemento che credo ci caratterizzi).

EUBPDV: Nel disco ho riconosciuto un pò di indie rock matrice british, synth pop dai spumeggianti 80’s e shogaze; è stato difficile amalgamare il tutto per trovare il giusto sound?

MM: Inizialmente il lavoro è stato quello di capire che direzione prendere, visto che i nostri riferimenti musicali sono sempre in ambito indipendente, ma piuttosto differenti nelle sfumature.
Pian pianino, proponendo anche ascolti comuni fatti in saletta, abbiamo trovato una nostra quadratura del cerchio, e siamo rimasti molto soddisfatti del risultato, quindi abbiamo cercato di affinare sound e caratteristiche peculiari che trovavamo funzionassero.
Tutto quello che hai colto è sicuramente parte integrante del nostro bagaglio di ascolti musicali, e non potrebbe essere altrimenti: tutti abbiamo una certa età, e abbiamo vissuto con passione gli anni ’90 in diverse declinazioni, in particolare il britpop, e siamo sempre stati legati a certi tastieroni che hanno trovato negli anni ’80 il loro terreno fertile!

EUBPDV: Il nome della band e anche alcune canzoni contenute in esso (Kiev, Cyberia) richiamano ad un immaginario del colosso est europeo, questo influisce nella scrittura dei testi o è solo a livello scenico?

MM: Per questa domanda cedo la parola a Gastone e Luca, gli autori a quattro mani dei testi.

LUCA: Per quanto riguarda i testi, il richiamo all’URSS nella maggior parte dei casi è essenzialmente una metafora. In “Cyberia”, ad esempio, parliamo della facilità di perdere il contatto con persone care a causa della frugalità dei rapporti, a cui  ci portano i mille doveri, obblighi e distrazioni quotidiane. Il titolo è ironico e richiama la terra dei gulag, in cui si veniva condannati ai lavori forzati, e la nostra cyber vita fatta di rapporti via whazzup

EUBPDV: Oltre alla release del disco fissata per il 28 Novembre al Color Cafè di Bassano del Grappa, avete altre date in programma? Un mini tour magari?

MM: Il 28 avremo la presentazione appunto al Color Cafè, locale a cui sono molto legato, che mensilmente propone una serata dell’etichetta, da quest’anno affiancata anche dagli amici di Dischi Sotterranei e dalla webzine cittadellese Punk Vanguard.
Al momento stiamo fermando altre date, ma di date certe, al momento in cui scrivo, non ce ne sono.
La speranza è di valicare i confini veneti, e, in questo senso, fortunatamente abbiamo trovato alcuni promoter che hanno apprezzato il disco.

EUBPDV: Secondo me avete le potenzialità per suonare fuori dall’Italia, come li vedi i Soviet Ladies in giro per l’europa?

MM: Francamente uno dei nostri sogni è proprio quello di poter fare un tour all’estero (ci piace molto anche suonare in Italia ad ogni modo).
In questo senso ci adopereremo, prossimamente, per assoldare un ufficio stampa che lavori esclusivamente fuori confine.

EUBPDV: Oltre alle band storiche ci sono gruppi più recenti che stimi particolarmente?

 

MM: La lista è piuttosto lunga, ma cercherò di scrivere magari le più significative.
Non posso non citare i Six By Seven, capitanate dal frontman Chris Olley, sentiti per la prima volta al Pedro a Padova di spalla agli International Noise Conspiracy: credo proprio in quel momento di aver capito che avrei formato una band, prima o dopo. Suggerisco magari l’ascolto dell’album che a suo tempo mi folgorò: “The Way I Feel Today”, del 2002.
In ambito internazionale stimo moltissimo Mogwai, The National, Low, seguiti dal vivo più volte, la voce di Hope Sandoval (e non solo quella), ultimamente Tame Impala e Beach House, passando poi per Flaming Lips e Slowdive.
In ambito italiano sono molto legato al rock d’autore degli Afterhours, ma apprezzo moltissime cose della scena indie italiana moderna, anche veneta, come Valentina Dorme, Red Worms’ Farm e Northpole, le uscite Shyrec e Fosbury.
Chiaramente sono legatissimo a tutte le produzioni Dischi Soviet Studio.

EUBPDV: L’album esce per la tua label la “Dischi Soviet”,raccontaci com’è gestire una etichetta indipendente in Italia.

MM: Ti ringrazio per questa domanda. Gestire una piccola etichetta indipendente oggi spesso è un lavoro che si fa per pura passione e amore verso la musica, piuttosto che per il profitto.
Questo permette libertà affascinanti, una completa indipendenza artistica che spesso fa gola alle band, che possono esprimersi senza scendere ad alcun compromesso, e a mio avviso questa deve essere la forza di realtà come la nostra. Il rovescio della medaglia è che purtroppo non ci sono particolari fondi per finanziare il disco nella sua interezza, e non parlo solo di registrazione (nel tempo abbiamo approntato uno studio in seno all’etichetta, che ci permette spesso di abbattere i costi in questo senso), ma di tutto quanto sia necessario per un’uscita discografica completa, quindi artwork, stampa copie, videoclip eventuali, shooting fotografici, ufficio stampa… In seconda battuta poi, arrivati alla soglia dei trent’anni, continuare a suonare nella nostra attuale dimensione significa avere anche un lavoro che ci permetta di vivere e finanziarci, quindi il tempo da dedicare alla produzione di musica deve ritagliarsi tra altri impegni, e non può essere preponderante come in band che riescono a fare della musica una professione. Per concludere devo ammettere che, al di là delle oggettive difficoltà, gestire un’etichetta è anche esperienza che riserba inaspettati divertimenti, oltre alla conoscenza di personaggi assolutamente eccentrici. Non voglio poi soffermarmi sulla tremenda difficoltà, al giorno d’oggi, nel dare una minima visibilità ad ogni uscita: abbiamo deciso di essere “alternativi” nel panorama musicale, siamo sempre in trincea, abituati a lottare fino ai denti per briciole, e la cosa un po’ ci piace pure. Il business è da un’altra parte, ma forse la qualità ci dà ragione, e questo ci basta.

EUBPDV: Viviamo nell’era digitale ormai chiunque con un computer può fare musica e diffonderla questo a tuo parere stà penalizzando il mondo musicale o è uno stimolo per i gruppi a emergere dalla massa?

MM: Domanda assolutamente interessante. Il mio punto di vista è che l’avvento del digitale abbia dato potenzialmente un incredibile aiuto ai gruppi, anche se con qualche possibile tranello. Senza entrare però nel dettaglio degli aspetti tecnici (curando anche diverse registrazioni in prima persona, come ad esempio quest’album dei Soviet Ladies, mi rendo conto di poter essere molto pesante sull’argomento, anche se non a livello di alcuni forum di home recording), trovo che adesso sia veramente possibile per un bacino di musicisti molto più ampio che in passato dare libero sfogo alla propria creatività. Il problema a mio avviso risiede da un’altra parte, e sta nel crollo ormai irrimediabile del supporto fisico, sia esso cd o vinile. Il supporto fisico “imponeva” in qualche modo un ascolto più approfondito: era necessario avere un impianto stereo, possibilmente di buona qualità, comprarsi un album, magari spendendo il giusto, sedersi su una poltrona ed ascoltare, leggere i titoli dei brani, approfondire eventualmente i testi. La musica non diventava un sottofondo musicale ma piuttosto era l’aspetto principale, il piatto prelibato a cui dedicare tutte le attenzioni. Ecco quindi l’emozione nel carpire arrangiamenti affascinanti, riff di chitarra indimenticabili, vivere profondamente i testi. Credo che molta di questa dignità la musica l’abbia perduta per il modo in cui ci poniamo verso essa: ora è già tanto se la si ascolta sulle casse del computer, come semplice sottofondo mentre si fanno altre 5 cose contemporaneamente, e cosa può rimanere di brani percepiti in questo modo? Purtroppo trovo che al giorno d’oggi ci siano svariate band con molte cose da dire, ma rimangono in pochi quelli capaci di ascoltarle.

EUBPDV: Domanda d’obbligo: Si può vivere di sola musica? Mi spiego meglio:suoni in una band e gestisci una label questo ti permette di pagare le bollette o bisogna sempre scendere a compromessi con la realtà di un triste lavoro d’ufficio?

MM: Credo in parte di avere già risposto a questo argomento nelle domande precedenti. Che si possa vivere di sola musica è indubbio, altrettanto oggettivo è che chi si propone di fare di una band che scrive musica originale un lavoro, è raro che abbia fortuna. Raro non significa ad ogni modo impossibile. Personalmente il tempo che impiego per etichetta e band è senz’altro in linea a quello che potrebbe essere un normale impiego, ma, nel frattempo, sono principalmente farmacista (oltre che gestore di un distributore di preservativi e ammennicoli erotici), il che m permette di sfogarmi con il gruppo e di avere un tetto e un piatto di cibo!.

EUBPDV: Grazie per aver risposto alle domande e sentiti libero di chiudere l’intervista come meglio credi.

MM: Ritengo di essere stato piuttosto verboso come sempre.
Non posso che consigliarvi di acquistare i dischi originali, e di fare un salto sul sito della Dischi Soviet Studio (tra l’altro sarà completamente rinnovato da fine Novembre), luogo virtuale in cui trovare tutto lo scibile di quanto  prodotto dal 2010 ad oggi.

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